KM 1.755: ALINA

di Nicoletta Madia 

 

Erano 1.755 i km che sedici anni fa separavano la giovane Alina e i suoi figli da Roma.

Roma, il luogo che avrebbe potuto rappresentare per un donna sola con due bambini opportunità di cambiamento e miglioramento, una maggiore serenità. Ma questi cambiamenti, sopratutto se non condizionano la vita di un una sola persona, non avvengono in un giorno.

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Ho dovuto organizzare tutto con il dovuto tempo, racconta Alina. Mia madre è stata la persona che mi ha supportato, colei che nonostante la sofferenza della separazione, ha capito da subito che avrei dovuto lasciare la Romania e costruire una vita migliore altrove. Io sono molto simile a mia madre, vivo per i miei figli. Una delle mie sorelle era asmatica e mia madre, anche se durante il giorno lavorava la terra, vendeva i prodotti al mercato e gestiva la casa con 9 persone, la notte si svegliava costantemente per controllare che mia sorella respirasse bene. Così, spesso, mentre mamma era fuori, mi dedicavo a lavare tutti i vestiti a mano col sapone che facevamo in casa perché non avevamo la lavatrice, a pulire tutto perfettamente e quando mamma ritornava era felice, sorrideva e sapeva che ero stata io a fare tutto. Per lei. Mamma era amante delle cose semplici come me perché sono le cose che contano. Poi è arrivato il giorno della partenza, doloroso e speranzoso allo stesso tempo. Ricordo ancora Giorgiana, aveva circa tre anni, e immaginava la frontiera di accesso allItalia come un grande cancello. Il giorno in cui io, lei e suo fratello di quattro anni più grande di lei abbiamo passato la frontiera non cera un cancello, ma una porta di ingresso verso una nuova vita.

Un confine è un limite e una opportunità allo stesso tempo: Alina si stava allontanando dagli affetti di sempre, dalla sua terra e stava entrando nellepisodio numero due della sua esistenza. Un episodio in lingua italiana.

I bambini hanno imparato subito a parlare italiano grazie ai cartoni animati, lunica cosa per la quale hanno sempre litigato, continua Alina. Mio figlio è stato subito inserito a scuola e Giorgiana, dopo un podi attesa, allasilo. Ricordo ancora il giorno in cui abbiamo comprato lo zainetto e i vestiti nuovi per questo grande evento: linizio della loro formazione. Giorgiana era talmente felice di questa opportunità che era lunica bambina a sorridere allingresso mentre gli altri piangevano per il distacco dai genitori e lunica a piangere nel momento di andare via. Mia figlia ha sempre avuto un sorriso diverso dagli altri, sempre più luminoso e pieno di amore. Ma non era lunica cosa che la differenziava dai compagni. La piccola aveva delle difficoltà nel movimento ed è stato per questo che abbiamo svolto degli accertamenti al Policlinico Gemelli. Ricordo ancora il giorno in cui mi hanno chiesto di incontrarci per comunicarmi la diagnosi: atrofia muscolare spinale di tipo 3. A questa parola ne sono seguite molte altre pronunciate dal Prof. Mercuri, la Dott.ssa Pane e tutta l’équipe: con amore e attenzione mi stavano dicendo che loro si sarebbero presi cura di Giorgiana, che non dovevo abbattermi, che dovevo seguire attentamente tutte le indicazioni. Quelle parole mi hanno dato un coraggio enorme.

Ed è in quel momento che Alina e i suoi bambini entrano nellepisodio tre della loro vita, quello in cui devono dividere la loro esistenza con la presenza dellatrofia muscolare spinale.

Siamo cresciuti insieme alla malattia, afferma Alina. Ma soprattutto è cresciuta Giorgiana. Quando a 12 anni non riusciva più a camminare è stato per me un momento di grande dolore, ma è stata proprio lei a darmi forza. Quella era la sua vita ed era ricca di significato così come si presentava. In terza media ha preso la carrozzina e ricordo che il primo giorno di scuola in cui la usava ero terrorizzata rispetto alle sue difficoltà o a possibili reazioni negative da parte dei coetanei. Quel giorno ho passato due ore davanti alla scuola prima del suono della campanella, avevo preso un permesso a lavoro solo per questo. Lei era lì, felice sulla sua carrozzina che era la sua autonomia, le sue gambe. I compagni le avevano fatto fare il giro della scuola e le avevano dedicato ovunque un applauso dandole coraggio.

Episodi di una vita carichi di forza, di difficoltà e di tanta resilienza: Alina ha sempre saputo trasformare ogni difficoltà in una opportunità di crescita e cambiamento per lei e i suoi figli.

Le difficoltà, conclude Alina, mi hanno insegnato molte cose. Innanzitutto ad avere coraggio e condividerlo con gli altri, soprattutto con chi in molti momenti della vita proprio non riesce a sentirlo. Il dolore può separare o insegnare ad essere uniti, ad essere parte di un mondo. Per questo io chiedo sempre che ci siano opportunità per tutti i bambini e ragazzi con la SMA e che ogni giorno ognuno di noi si senta fiero di ciò che di bello ha realizzato. 

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