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In una realtà com'è quella in cui viviamo oggi, dominata dallo strapotere della rete e governata dalle logiche del profitto, c’è un termine della lingua italiana che viene assai usato (se non abusato) per descrivere un’attitudine tipica di un periodo di eterno cambiamento ed evoluzione. 

Si tratta del lemma “innovazione”, attività che, secondo i linguisti più accreditati, implica l’atto di introdurre nella vita di tutti i giorni nuovi sistemi, nuovi ordinamenti e nuovi metodi di produzione. Un’attività vitale, insomma, specie se a farne uso sono le aziende, che consente a chiunque di rimanere al passo con i tempi e di diventare quindi una realtà competitiva sia dal punto di vista della produzione sia dal punto di vista del profitto.

Ma siamo sicuri che la rincorsa all’innovazione per la (pur lecita) necessità di sopravvivere a concorrenza e mercato sia quello di cui le imprese italiane hanno bisogno oggi? Rispondendo di sì a tale quesito daremmo, forse, una risposta parziale a una domanda complessa. Innovarsi al solo scopo di raggiungere gli obiettivi di business prefissati non sempre porta a risultati positivi nell'intera gestione aziendale. D’altro canto impegnare forze e risorse al fine di perseguire unicamente obiettivi filantropici significherebbe per le imprese tralasciare una parte indispensabile della loro attività, ossia quella di creare profitto.

 

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Ripensare il ruolo delle imprese italiane

Per risolvere tale impasse, è bene partire dalla riflessione sul ruolo delle aziende oggi: le imprese (piccole, medie o grandi che siano) italiane, infatti, sono chiamate a lasciare un'impronta positiva anche sui territori in cui operano e alle persone a contatto delle quali lavorano, siano essi dipendenti o abitanti delle comunità locali dei sopracitati territori. Non si può infatti celare che le relazioni sociali che le imprese sono in grado di allacciare con le persone che le circondano (spesso grazie alla collaborazione con realtà del Terzo Settore) rappresentano un driver importante sotto diversi aspetti della gestione e della resa aziendale.

Ecco perché, oggi, è importante allargare la vista sul tema dell’innovazione in sé e per sé, aprendo la riflessione al tema della Social Innovation. Ma cosa si intende esattamente con tale termine? E in che modo essa porta valore all’Azienda che decide di perseguirla? Partiamo da una definizione: l’innovazione sociale è “una nuova soluzione a un problema sociale più efficace, efficiente, sostenibile o giusta rispetto alle soluzioni esistenti e per la quale il valore creato è principalmente attribuito alla società nel suo insieme piuttosto che ai privati”. Ma in questa fase è bene non commettere un errore comune nella trattazione di tale tema.

Lo sviluppo sociale e lo sviluppo economico

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Spesso, infatti, l'impresa che si dedica alla Social Innovation è erroneamente confusa con le realtà no profit. Non è così: se è vero che le no profit sono, in alcuni casi, promotrici di innovazione sociale, non è detto che sia automaticamente vero il contrario. Anche (soprattutto) le imprese che perseguono l’obiettivo della Social Innovation sono di carattere profit, ossia portano avanti un’attività di business che genera valore e ricchezza: in questi casi la loro missione è quella, duplice, di creare prodotti, servizi o modelli innovativi capaci di incontrare bisogni sociali e, insieme, di generare sviluppo economico.

In questi casi, infatti, la volontà di trovare nuovi strumenti e canali per rispondere ad un’esigenza collettiva va di pari passo alla necessità di ripensare ai modelli di business pre-esistenti al fine di generare profitto. La Social Innovation diventa quindi elemento dirimente nella creazione di nuovi sistemi economici, come quelli rappresentati dall'economia circolare, della sharing economy e, più in generale, della relazione tra attori economici e sociali per la creazione di nuovi modelli di partnership, di fundraising e di scambio di vantaggi.

Ne è un esempio il Circular Economy Lab, da poco lanciato a Milano da Fondazione Cariplo e Gruppo Intesa Sanpaolo: si tratta di un vero e proprio polo di ricerca dedicato all’economia circolare il cui obiettivo è quello di supportare e accompagnare la trasformazione del sistema economico italiano. Come? Semplice: diffondendo i nuovi modelli di creazione del valore nell’interesse collettivo, accelerando la transizione verso la circular economy e promuovendo l’innovazione sociale e l’impact investing.

Alcuni esempi italiani

Lo sa bene Progetto Quid, start up che mira al reinserimento lavorativo di donne in situazioni di disagio attraverso la produzione di capi di abbigliamento nuovi e unici a partire da tessuti di fine serie, destinati quindi al macero, e messi a disposizione gratuitamente da alcune aziende di moda. Dalla sua fondazione, nel 2012, Progetto Quid è arrivata a realizzare un fatturato di mezzo milione di euro. Pedius, invece, è un'app creata da un team italiano che consente anche ai non udenti di dialogare per telefono, trasformando la voce in testo. Dopo un primo prototipo, l’app ha colpito gli investitori al punto che nel 2014 Pedius ha stipulato un accordo con Telecom per integrare la tecnologia nei call center della multinazionale.

E, ancora, InGalera è un ristorante gourmet costruito all’interno del carcere di Bollate con lo scopo di accompagnare i detenuti verso un percorso riabilitativo di inclusione sociale. Fortemente voluto dalla cooperativa sociale Abc La Sapienza in Tavola e da PwC, società multinazionale che opera nel mondo della consulenza aziendale, il successo del progetto è stato tale che InGalera ha ricevuto il plauso di istituzioni, chef (come Carlo Cracco) e media di tutto il mondo.

 

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